Dense nuvole bianche avvolgono i fianchi delle montagne,
la roccia sembra voler volare nello spazio distante, uno stretto sentiero.
Appoggiato a un bastone in legno, guardo libero e lontano.
Al gorgoglio del ruscello a valle,
faccio eco fischiettando.

Parole potenti, decisive, un contrappunto di suoni silenziosi all’immagine alla quale si associano.
Lo spuntone di roccia, gli alberi di pino in contorsione, i padiglioni mezzo celati.
Sono gli elementi più ravvicinati, e concreti, di una scena che altrimenti si espande ben oltre un campo visivo alla portata di occhio umano.
L’evanescenza diluita dell’inchiostro costruisce montagne infinite protese nello spazio infinito, ombre dai profili slavati che costeggiano il vuoto di carta.
Un’atmosfera friabile, ultravolumetrica, densa come il pugno della mano che stringe il nulla.
Nel mare di nebbia che galleggia dabbasso, ondeggia il riflesso di un cielo immobile, muto e consapevole testimone di un ciclo che mai è iniziato e che mai finirà.
L’uomo sull’orlo dello sperone ha smesso di affannarsi.
La sua ricerca di verità, egli ha capito, non prevede successi, questo ha capito.
Non interferire, ma esserci, solo questo conta.
Solo così potrà, finalmente, guardare libero e lontano.

Poeta sulla cima della montagna (Kansas City, Nelson-Atkins Museum of Arts) è un capolavoro di Shen Zhou (1427-1509), il mio preferito tra i suoi.
Nato a Suzhou, dove le arti sono fiorite per emozionare, egli fu uomo di cultura di innata sensibilità.
Le sue creazioni sono sintesi di pittura, calligrafia e poesia.
Trasmettono calma e profondità di pensiero, una sofisticata visione tutta estetica dell’arte e della vita.