Pur sembrando del tutto diversi, i nomi Birmania e Myanmar condividono in realtà una comune radice. Derivano infatti entrambi da Mranma, termine in uso almeno dal XII secolo e coniato dai Bamar, l’etnia dominante in quell’ampio territorio nell’ovest della penisola indocinese.
Essi appaiono così diversi soltanto per effetto della traslitterazione che si è avuta in seguito all’arrivo degli europei.
Se infatti Marco Polo, nel descrivere questo luogo, utilizzò il termine ‘Mien’, gli inglesi – che governarono senza averne diritto questo Paese tra il 1885 e il 1946 – fecero invece prevalere Burma.
Birmania e Myanmar potrebbero dunque essere nomi interscambiabili, in teoria.

Tuttavia, soprattutto negli ultimi decenni, essi si sono a volte connotati di significati politici, il primo preferito dagli ambienti democratici, il secondo dai membri delle forze militari, che infine nel 1989 lo hanno imposto come unico valido.
Già, i militari…
Dal conseguimento dell’agognata indipendenza nel 1948 e fino a oggi, la storia della Birmania-Myanmar è stata – a eccezione di brevi periodi – scritta dall’esercito, che ha di volta in volta usato metodi dittatoriali e coercitivi, tra i quali la reiterata incarcerazione di Aung San Sun Kyi, premio nobel per la pace nel 1991 e leader della fazione democratica del Paese.
Gli ultimi terribili risvolti di questa storia si sono drammaticamente concretizzati nel febbraio del 2021, con l’ennesimo colpo di stato e le conseguenti violenze perpetrate dai militari (ancora in corso mentre scrivo…), con l’uccisione di numerosi manifestanti civili, tra i quali anche bambini.

Pagan, il tempio Ananda

La società birmana è sicuramente complessa. Sul territorio di quel Paese convivono da sempre etnie molto diverse, per costumi, fede politica e religiosa. Per conseguenza, tante sono le contraddizioni, esemplificate ad esempio dal recente eccidio dei Rohingya, minoranza musulmana, al quale la stessa Aung San Sun Kyi, che allora governava il paese, non si è opposta come avrebbe dovuto, scatenando l’indignazione di mezzo mondo.
Grandissima parte dei birmani è di fede buddhista. La scuola prevalente è quella Theravada, caratterizzata – in grande sintesi – dalla convinta enfasi sul monachesimo, dall’adesione al canone Pali e dall’importanza che quest’ultimo attribuisce alle opere pie e alla meditazione.
La scuola Theravada è prevalente in tutto il sud-est asiatico. In Birmania i suoi insegnamenti furono introdotti nel VI secolo, e da allora è stata prediletta da molti regnanti, divenendo prevalente nel 1056 per volere di Anawrahta (regno 1044-1077), sovrano del regno di Pagan che per primo ebbe la forza di unificare il Paese sotto un unico dominio.
L’ascesa della città-stato di Pagan comincia nel IX secolo.

Strategicamente ubicata sulle sponde dell’Irrawaddy, il maggiore corso d’acqua della Birmania, questa città fu fondata dai Bamar, popolazione di origine sino-tibetana proveniente dallo Yunnan. Il processo di annessione delle altre città-stato delle popolazioni Pyu a nord e di quelle Mon a sud fu completato dunque in circa due secoli, durante i quali Pagan si sviluppò costantemente dal punto di vista urbanistico. Un’evoluzione che proseguì anche nel XII e XIII secolo, finché nel 1287 – così riportano le fonti – il regno cominciò a disgregarsi in conseguenza delle ripetute incursioni dei mongoli dal sud della Cina.

Il potere si concentrò allora nella città di Ava, non lontana dall’odierna Mandalay.

Pagan, lo stupa Shwezigon

Proprio a questo periodo risale la descrizione di Pagan riportata da Marco Polo nel suo Il Milione: “Ché anticamente fu in questa città un molto ricco re; e, quando venne a morte, lasciò che da ogni capo della sua sepoltura si dovesse fare una torre, l’una d’oro e l’altra d’ariento. … E di sopra è tonda, e quel tondo è tutto pieno di campanelle, e sono dorate, che suonano tutte le volte che il vento vi percuote. … E questo re le fece fare per sua grandezza e per sua anima; e dicovi ch’egli è la più bella cosa del mondo a vedere e di maggiore valuta.”.
Si trattava dunque di un posto di una bellezza straordinaria, famoso in tutta l’Asia per la moltitudine di edifici eretti in onore delle divinità del Buddhismo, prevalentemente templi, stupa e monasteri.
Nonostante gli eventi della storia, anche recente, abbiano pesantemente lasciato il segno, Pagan resta tuttora uno dei siti buddhisti più vasti esistenti in Asia, e sicuramente uno dei luoghi più affascinanti della Birmania, oltre che Patrimonio UNESCO dell’umanità.
Il paesaggio in cui è collocata conserva infatti ancora quell’aurea mistica che era la sua principale caratteristica nel momento del suo maggiore splendore. Una spianata lambita dalle acque del fiume e immersa nella vegetazione, punteggiata da un nugolo di strutture architettoniche che svettano verso il cielo con i loro tetti puntuti o a cupola.

Buddha seduto. Pagan, XI secolo. Pietra, cm. 106,7 x 68,6 x 25,4. Pagan, Museo Archeologico.

Oltre all’architettura e alla pittura murale, il periodo Pagan ha restituito anche un certo numero di opere d’arte mobili, tra sculture e altri manufatti tridimensionali, che costituiscono le vestigia più preziose della civiltà birmana, modello per tutte le successive evoluzioni della cultura materiale di quel Paese.
Pur caratterizzandosi per indubbia originalità e quindi immediatamente riconoscibile, lo stile della scultura buddhista di Pagan risente naturalmente delle influenze della vicina India occidentale, soprattutto, ma anche di stimoli provenienti da Ceylon, isola che lo stesso Anawrahta sembra abbia visitato per meglio comprendere i dogmi del Theravada.
Echi della scultura indiana dell’impero Pala (VIII-XII secolo), a sua volta ispirata dalle precedenti evoluzioni del periodo Gupta (III-VI secolo), sono infatti ben evidenti nella statuaria del periodo Pagan. I corpi arrotondati ma sodi, lo scarsa attenzione attribuita alla delineazione muscolare, la ieraticità nelle posture, un velo di vibrante sensualità, le espressioni misurate dei volti: queste caratteristiche della scultura sacra di Pagan riflettono da una parte l’introiezione di modelli indiani, ma mostrano d’altra parte l’approccio personale degli artisti birmani, parimenti abili nel trattamento della pietra, nella fusione del bronzo, nell’intaglio del legno e nel modellato dell’argilla.

Buddha seduto. Pagan, XI secolo. Bronzo, cm. 23,5 altezza. New York, The Metropolitan Museum.

Le icone del Buddha più rappresentative dello stile Pagan mostrano solitamente la divinità posata su un basamento a forma di doppio fiore di loto, le gambe incrociate nella posizione padmasana con i palmi dei piedi verso l’alto sui quali posa la mano sinistra anch’essa a palmo aperto; il braccio destro disteso lungo il corpo, con le dita della mano rivolte verso il basso, posizione nota come bhumisparsa mudra, il “gesto di toccare la terra”, a indicare un legame tra la divinità e l’ambito mondano, nel momento prima che l’Illuminazione si compia.

Il volto – lievemente inclinato – è ampio, a incorniciare tratti fisiognomici piuttosto convenzionali, con lungo e sottile naso, grandi occhi socchiusi, piccola bocca in un accenno di sorriso, le orecchie dai lobi accentuatamente allungati.
Esistono tuttavia delle varianti a questa più comune iconografia, com’è facile prevedere, considerando la complessità della dottrina buddhista.

Placca con Budda seduto e discepoli. Pagan, XI-XIII secolo. Matallo dorato, cm. 17,8 x 15,9. Pagan, Museo Archeologico.

Riguardo alla posizione delle mani, altro mudra presente nella scultura Pagan è quello conosciuto come dharmachakra, il quale si riconosce per il pollice e l’indice di entrambe le mani che si incrociano a formare un cerchio.

E’ un esplicito riferimento al primo sermone che Gautama, il Buddha storico, tenne a Sarnath appena raggiunta l’Illuminazione, con il quale egli mise in moto la ruota (chakra) del dharma, ovvero i suoi insegnamenti.
Così lo si vede in una straordinaria placchetta in metallo dorato, parte di un gruppo di cinque ritrovate a Pagan. Il Buddha è qui affiancato da due suoi discepoli, Mogallana e Sariputta che, secondo alcune tradizioni, assistettero a quel famoso evento.

A Pagan questa iconografia era molto diffusa, poiché si credeva che il Buddhismo fosse stato introdotto nel Paese direttamente da quei due discepoli di Gautama, una tradizione che dunque alimentava la preminenza del Myanmar nella storia della propagazione della dottrina di origini indiane.
Gli eventi della vita del Buddha originario sono perciò argomento ricorrente nella scultura di epoca Pagan.

Stele con scene della vita del Buddha. Pagan, XI-XII secolo. Pietra, cm. 18,3 altezza.

Questo soggetto, che ha sicuramente insito un carattere narrativo, è stato affrontato anche in alcune steli in pietra di più piccole dimensioni, destinate verosimilmente al culto domestico.

Nell’esemplare qui raffigurato compaiono sul verso alcune iscrizioni le quali fanno presumere che per un periodo questo tabernacolo fosse in possesso di devoti tibetani.
La costruzione della composizione è semplice ma efficace ed evocativa, con il Buddha al centro posizionato al di sotto dell’albero bodhi nel momento dell’Illuminazione; intorno a lui figure che simboleggiano le sei settimane in cui rimase in meditazione, e alcune scenette che rappresentano eventi importanti della sua esistenza terrena e cosmica, tra cui la sua morte (parinirvana) raffigurata in alto.
Nella struttura e nello stile delle figure, questa stele riflette sicuramente influenze dell’estetica della scultura Pala

Queste assumono contorni ancora più plateali osservando una notevole stele nella quale è raffigurata la nascita del Buddha.

Stele con la nascita del Buddha. Pagan, 1198. Pietra, cm. 111,1 x 65,4 x 39,4. Pagan. Museo Archeologico.

L’anonimo scultore che l’ha realizzata ha convenzionalmente collocato al centro della composizione Maya, la madre della divinità. Mentre con la mano destra tiene un ramo fiorito, con la sinistra abbraccia le spalle della sorella Prajapati: morta appena sette giorni dopo il parto, Maya avrebbe affidato a lei suo figlio.
Come riportato nel canone, il Buddha sarebbe nato dal fianco di Maya. Nella scultura lo si vede minuscolo posarsi sul corpo della madre; sul lato destro, nella zona inferiore, un attendente; su quello sinistro, la descrizione di alcuni episodi riferibili alle fasi iniziali della vita di Gautama.

E’ un’opera di grande intensità, che trasmette tuttavia un pacato senso di serenità.

Il dinamismo formale della composizione si gioca prevalentemente sulla posizione assunta da Maya, descritta con forme prosperose e sensuali, secondo i canoni della scultura Pala.
Questa stele era destinata in origine al tempio Kubyaukuge.

Eretto nel 1198, nello stesso anno in cui fu presumibilmente scolpita anche la scultura, e pure un’altra stele in pietra in cui è raffigurato in accentuato rilievo il Parinirvana, ovvero la morte del Buddha.

Stele con Parinirvana. Pagan, 1198. Pietra dipinta, cm. 90,2 x 129,5 x 33. Pagan, Museo Archeologico.

La figura della divinità è distesa, ed occupa quasi interamente per lunghezza il registro centrale della composizione. In alto, sulla sinistra, si vedono Brahma e Indra, mentre sulla destra si dispongono altre divinità di minori dimensioni, quest’ultimo gruppo separato dalla coppia da un edificio a tre registri, che è probabilmente un riferimento al culto delle reliquie che fiori immediatamente dopo la morte del Buddha.

Nel registro inferiore compare un teoria di fedeli inginocchiati – probabilmente aristocratici del regno di Malla in cui avvenne l’evento – che pregano per la salvezza della divinità, inconsapevoli che la sua morte è in realtà la liberazione dalle catene della mondanità e l’interruzione dell’altrimenti eterno ciclo di nascita, morte e rinascita. La stele ha conservato molte tracce della sua originaria policromia, ben evidenti soprattutto nell’incarnato e nella veste del Buddha.

La discesa dal Tavatimsa. Pagan, XII secolo. Legno, cm. 70,5 x 44,5 x 22,9 cm. Pagan, Museo Archeologico.

Dinamiche strutturali di origini Pala, elaborate tuttavia secondo uno stile immediatamente riconoscibile come Pagan, si ritrovano anche in un’altra stele – originariamente parte del tempio Ananda – raffigurante l’episodio della “Discesa dal Tavatimsa”.

Dopo aver raggiunto l’Illuminazione il Buddha decise di recarsi nel Tavatimsa, uno dei numerosi paradisi della cosmografia buddhista, tradizionalmente collocato sul monte Sumeru, e quindi connesso in qualche modo con l’ambito mondano. Il Buddha avrebbe così incontrato sua madre Maya che lì era stata ammessa dopo la sua prematura morte, avendo così modo di trasmetterle i suoi insegnamenti.
Il Tavatimsa era abitato da trentatré divinità, tra le quali Indra che qui si vede alla destra del Buddha mentre con entrambe le mani sorregge una ciotola, e Brahma, sulla sinistra, che invece tiene un ombrello.

La piccola figura in basso potrebbe invece identificarsi con Sariputta, il discepolo del Buddha che, secondo la tradizione, avrebbe accolto la divinità ascoltandone per primo i sermoni.
Questa stele è particolarmente importante nell’ambito delle arti del periodo Pagan. Pur essendo un materiale frequentemente utilizzato dagli artisti del tempo, il legno è chiaramente più fragile rispetto alla pietra e al bronzo, e dunque le sculture lignee di questo periodo sopravvissute all’azione del tempo sono molto rare.

Tavoletta votiva con Buddha e attendenti. Pagan, XI secolo. Terracotta, cm. 20,3 x 15,2. San Francisco, Asian Art Museum.

In realtà, anche la terracotta è un materiale fragile, facile oggetto di traumi e rotture. Tuttavia, rispetto alle sculture in legno più numerose sono le tavolette realizzate in argilla sopravvissute fino ai nostri giorni.

Modellate grazie all’ausilio di stampi in metallo, queste tavolette votive erano disponibili in grandi quantità e distribuite tra i numerosi devoti che si recavano a Pagan in pellegrinaggio.

Pur essendo manufatti seriali, esse colpiscono per la minuzia con cui sono resi i dettagli. Il Buddha e gli eventi principali della sua vita rimangono anche in quest’ambito i soggetti più diffusi.

Negli ultimi anni, nonostante le mai placate turbolenze politiche, il resto del mondo ha avuto modo in alcune occasioni di poter apprezzare l’antica arte della Birmania, e anche le meraviglie della scultura sacra del periodo Pagan.
Nel 2015, ad esempio, l’Asia Society di New York ha organizzato una grande mostra dedicata all’arte buddhista del Myanmar, accompagnata da un catalogo che custodisco gelosamente, il quale ha ispirato molte delle riflessioni in questo testo.
A dire il vero, però, al di là dell’aspetto storico-artistico, l’esigenza di dedicare parte del mio tempo alla Birmania è scaturita soprattutto dal pensiero preoccupato e indignato che rivolgo a quel popolo che oggi, ancora oggi, patisce l’abominio della violenza e l’aberrazione della dittatura.