La dottrina buddhista ha una storia lunga ormai oltre due millenni, nel corso dei quali essa si è evoluta in una miriade di declinazioni. Il numero delle divinità che formano il suo pantheon è cresciuto costantemente a partire dal V secolo a.C., epoca in cui visse il principe Gautama, il Buddha storico. Così come si è ininterrottamente arricchito il corpus delle sacre scritture, i sutra, e delle loro interpretazioni, commentate da sant’uomini provenienti da ogni angolo dell’Asia, nei territori in cui la dottrina più radicalmente ha attecchito.

Il bodhisattva Manjushri. Nepal, Valle di Kathmandu, X secolo. Lega di rame con doratura, cm. 38 altezza. New York, The Metropolitan Museum of Art, inv. 1982.220.13.

I tre filoni principali in cui il Buddhismo si è veicolato – Hinayana, Mahayana e Vajrayana – sono in realtà solamente macro-contenitori. Al loro interno si insinuano infatti sentieri dottrinari tra i più variegati, sette, scuole, filoni, che insieme rendono la filosofia del Buddha tra le più complesse che l’uomo abbia concepito.

Una mostra presso il Metropolitan Museum di New York (27 marzo 2021-16 ottobre 2022), intitolata Bodhisattvas of Wisdom, Compassion, and Power, indaga – attraverso una selezione di opere provenienti dalle proprie inesauribili raccolte – un aspetto di questa complessità, che più significativo sviluppo ebbe nei paesi dell’area Himalayana.
I tre bodhisattva ai quali si fa riferimento nel titolo sono rispettivamente Manjushri, Avalokiteshvara e Vajrapani.
Rispetto ai Buddha, i bodhisattva sono esseri che, pur avendo raggiunto l’Illuminazione e quindi la possibilità di raggiungere il Nirvana in seguito all’interruzione dell’altrimenti eterno ciclo di nascita-morte-rinascita, scelgono di mantenere un legame con gli uomini per aiutarli nel loro cammino verso la salvezza.
I fedeli, dunque, considerano il bodhisattva come una guida non solo spirituale ma anche pratica, rivolgendogli suppliche che riguardano anche aspetti meno elevati, che trascendono cioè questioni di dottrina pura.

Il bodhisattva Avalokiteshvara. Tibet, XII secolo. Bronzo con intarsi di turchese, cm. 54 altezza. New York, The Metropolitan Museum of Art, inv. 2016.752.

Custode degli insegnamenti del Buddha, Manjushri è perciò investito della protezione della conoscenza che sola può sconfiggere il buio dell’ignoranza. E’ solitamente descritto, e quindi raffigurato, come un giovane aitante, dall’aspetto fiero, nell’atto di brandire una spada, l’altra mano nel gesto del vitarka mudra, con il quale vuole sancire la sua abilità nel trasmettere le “Quattro nobili verità” (la vita è sofferenza; il desiderio è la causa della sofferenza; la sofferenza può essere eliminata; coltivare il sentiero che porta all’estinzione della sofferenza), cardine del pensiero di Shakyamuni.
Avalokiteshvara è invece il bodhisattva della compassione. La sua presenza induce il fedele a comprendere la falsità insita in un’erronea percezione del mondo reale. Instilla coraggio e protegge dai pericoli reali in cui l’uomo si può imbattere, dalle alluvioni alle bestie feroci. Le iconografie con cui si può presentare Avalokiteshvara – certamente il più amato bodhisattva in tutta l’Asia – sono innumerevoli. Tuttavia, spesso esso è rappresentato con fattezze delicate, quasi femminee (in secoli recenti esso sarà raffigurato con caratteri più esplicitamente muliebri), in pose morbide ed eleganti, quasi sempre in compagnia di un fiore di loto che simboleggia la capacità di fiorire anche nel fango (così come i bodhisattva emergono dal pantano del samsara, il ciclo della rinascita) e spesso con una mano nel varada mudra, il gesto della generosità.

Il bodhisattva Varjasatta, emanazione tantrica di Vajrapani. India, Kashmir, VIII secolo. Ottone con intarsi in argento, cm. 16,9 altezza. New York, The Metropolitan Museum of Art, inv. 2015.500.4.6.

A Vajrapani compete l’ambito dell’energia e della potenza necessarie per conseguire l’Illuminazione. Virtù che questo bodhisattva aveva già prima di raggiungere lo status divino, quando era un protettore della Legge al fianco di Sakyamuni. Vajrapani è solitamente raffigurato con il vajra, lo strumento liturgico che simboleggia la forza della dottrina. Vajrapani ottenne un gran seguito soprattutto nell’ambito del Buddhismo esoterico, quando assunse la funzione di accompagnare il devoto nel corso di tutto il rituale.
In realtà, anche Manjushri e Avalokiteshvara fanno parte di quelle divinità che compongono il variegato pantheon del Vajrayana, la versione più tantrica della dottrina, assumendo molto spesso un aspetto decisamente terrifico, con il quale si voleva tuttavia sottolineare la loro forza nel combattere le forze del male.
Nel Buddhismo tibetano Manjushri, Avalokiteshvara e Vajrapani sono stati riuniti in un culto comune fin dal VII-IX secolo. Nel processo di importazione dall’India e propagazione della dottrina, i sovrani tibetani allora in carica sostenevano di essere emanazioni proprio di questi tre bodhisattva. Furono allora venerati insieme con il titolo di “Signori dei tre mondi” (in sanscrito Trikulanatha; in tibetano rigs gsum ngon-po). Dal punto di vista iconografico, le più antiche raffigurazioni note di queste tre divinità insieme si fanno risalire al X secolo. In seguito divennero sempre più diffuse finché, dal XVII secolo, non venne in auge la consuetudine di rappresentarle come tre reliquiari stupa di tre colori diversi, giallo per Manjushri, bianco per Avalokiteshvara e blu per Vajrapani. Ancora oggi, in molte zone dei paesi di area himalayana si vedono svettare gruppi di tre edifici con simili caratteristiche, ubicati prevalentemente nei pressi di campi coltivati con la funzione quindi di protezione per i raccolti.