La riscoperta del passato, delle radici, delle origini della propria cultura, è una tra le caratteristiche più ricorrenti nell’evoluzione di gran parte delle civiltà umane.
Una peculiarità che si esplica chiaramente anche nelle manifestazioni artistiche, di ogni tipo e di ogni epoca.
Si pensi al Rinascimento italiano, che nelle sue fondamenta – e in estrema sintesi – altro non è che la rivitalizzazione di certi canoni già espressi pienamente nell’antichità classica, greca prima e romana dopo.
Oppure, si guardi alla Scuola Rinpa che fiorì in Giappone a partire dall’inizio del XVII secolo, e che aveva come fonte primaria di ispirazione i temi e lo stile del periodo Heian (794-1185), considerato un paradigma della cultura artistica nipponica di ogni tempo.
E si potrebbero addurre numerosi altri esempi di questo genere.

Campana cerimoniale, XII secolo. Shenyang, Liaoning Provincial Museum.

E ancora si potrebbe specificare che nell’ambito di una stessa civiltà questo genere di ‘riscoperta’ sia avvenuto non solo una volta.
Ancora in Europa, si potrebbe ricordare il Neoclassicismo, fenomeno in auge dalla metà del Settecento come conseguenza di alcuni straordinari ritrovamenti archeologici (vedi ad esempio Ercolano), il quale altro non è che la riproposizione di stilemi ‘classici’, cui si aggiungono proprio quelle interpretazioni già elaborate durante il Rinascimento. Rinascimento e Neoclassicismo che guideranno nel Novecento una folta schiera di artisti sicuri di poter trovare nel passato una fonte inesauribile di ispirazione.
In sintesi, l’arte pura, scevra da ogni contaminazione praticamente non esiste. Essa è invece il risultato di un dialogo ininterrotto tra passato e presente, nel quale lo spunto più antico viene riadattato alle esigenze di una società in continua mutazione, proiettato verso il futuro in modalità sempre nuove e inedite.

Incensiere, XII-XIII secolo. New York, Metropolitan Museum of Art.

Naturalmente, anche la Cina non è rimasta immune da queste periodiche ‘riscoperte’ del passato. Non poteva essere altrimenti, per una delle più straordinarie e longeve civiltà del pianeta.
Tra le manifestazioni artistiche più iconiche della cultura cinese, si possono senza dubbio inserire quei manufatti in bronzo realizzati a partire dalla dinastia Shang (XVI-XI secolo a.C.), e quindi continuativamente durante i periodi Zhou (1046-256 a.C.) e Han (202- a.C.-220 d.C.). Contenitori di diverse forme e dimensioni esplicitamente destinati a rituali e cerimonie di vario genere, per onorare gli antenati e chiedere intercessione alle divinità, spesso interrati nei sepolcri di aristocratici di alto rango o degli stessi imperatori.
Oggetti che mostrano una profondo conoscenza delle più raffinate tecnologie di fusione, nonostante siano opere risalenti a quattromila-tremila anni fa, superbi per eleganza delle forme e una decorazione con motivi astratti e zoomorfi carichi di profondi significati simbolici connessi con la sfera ultraterrena, ancora oggi per lo più misteriosi.

Contenitore a forma di uccello, XV-XVI secolo. New York, Metropolitan Museum of Arts.

Una produzione che decadde drasticamente con la fine della dinastia Han all’inizio del III secolo. Nei secoli successivi infatti, complice la necessità di ridurre i costi di produzione, i bronzi da inumazione furono sostituiti dalla più economica terracotta. E inoltre, fattori come l’introduzione del Buddhismo contribuirono a diminuire la predilezione dell’élite cinese per quei manufatti di superba eleganza ma radicati in credenze tradizionali spesso di non facile comprensione per la stessa corte e l’aristocrazia.
Durante l’epoca Song (960-1279), tuttavia, esplose un fenomeno che avrebbe per sempre segnato la cultura artistica cinese. La scoperta più o meno casuale di questi manufatti bronzei ancestrali ebbe come immediata conseguenza la nascita e lo sviluppo di un collezionismo specifico di quei manufatti arcaici.
Protagonista di questa rivalutazione dell’antico fu senza dubbio l’imperatore Huizong (1182-1135, regno 1100-1026). Uomo di straordinaria cultura, fine esteta e artista dotato egli stesso, Huizong dedicò grandissima parte delle sue energie e delle sue risorse economiche a queste sue passioni, tralasciando perfino gli affari di governo. A lui infatti si imputa la disastrosa reazione alle sempre più frequenti incursioni dei popoli nomadi ai confini settentrionali dell’impero, che avrebbero portato a cedere immensi territori a nord e a spostare la capitale da Kaifeng a Hangzhou, dando vita nel 1127 a quella che è nota come dinastia dei Song Meridionali.

Vaso, XIV secolo. New York, Metropolitan Museum of Art.

Vivissima testimonianza della passione di Huizong per le antichità è il Xuanhe bogutu (“Antichità della Sala Xuanhe”), un testo a stampa del 1120 circa nel quale sono illustrati 839 bronzi arcaici che allora formavano la collezione imperiale, molti dei quali venuti alla luce dopo secoli di oblio proprio in quei decenni.
Contestualmente, Huizong si impegnò per riformare i riti secondo le esigenze attuali che non potevano più essere soddisfatte da quei cerimoniali ormai millenari. A questo proposito, egli promosse con decisione una produzione di suppellettili in bronzo che potessero essere utilizzati a quello scopo.
Il risultato fu il primo revival dell’arte arcaica del bronzo cinese.
I nuovi bronzi certo mostravano evidenti richiami alle antichità, in particolare proprio a quei pezzi illustrati nello Xuanhe bogutu. Tuttavia, gli artisti e gli artigiani preposti a forgiare quel nuovo vasellame, supervisionati da esperti a diretto contatto con il sovrano, non si limitarono a riprodurre fedelmente quei prototipi, ma ne aggiornarono certi dettagli al gusto attuale, sempre tuttavia tenendo in considerazione i modelli.

Shisou, Vaso, XVIII-XIX secolo. New York, Metropolitan Museum of Arts.

Questa produzione di bronzi in stile arcaico del XII secolo costituisce l’inizio di un fenomeno che avrebbe coinvolto l’arte cinese per molti secoli a venire, con un apice (neanche a dirlo…) durante il regno di Qianlong (1736-1795) il quale – emulando il suo illustre predecessore – non si limitò a rimpinguare la collezione imperiale di bronzi arcaici – ma promosse anch’egli la pubblicazione di cataloghi illustrati delle sue raccolte.
Il termine che identifica questo fenomeno di antiquarianismo cinese è fugu (復古), e può essere tradotto secondo diverse sfumature di significato, come spesso accade nella lingua cinese. Da “ritorno al passato” a “reinterpretazione”, da “omaggio” a “rivalutazione”, un po’ come accade per il termine Rinascimento, il quale include una serie cospicua di sfaccettature, tutte legate comunque a un’idea di passato “attivo”, in perenne fase di rielaborazione.
Questi e molti altri sono gli spunti che stimola la mostra intitolata Recasting the Past. The Art of Chinese Bronzes, 1100-1900, in corso presso il Metropolitan Museum of Arts di New York fino al 28 settembre 2025.
L’esposizione consta di circa duecento oggetti provenienti non solo dal museo statunitense ma anche da altre importanti istituzioni americane, europee e cinesi.
Il curatore Pengliang Lu, autore anche del poderoso catalogo che accompagna la mostra, cerca di chiarire alcuni aspetti di un ambito dell’arte cinese che ancora deve essere esplorato in profondità, nonostante negli ultimi decenni Rose Kerr (Victoria & Albert Museum, Londra), Robert D. Mowry (Phoenix Art Museum) e Michel Maucuer (Museo Cernuschi, Parigi) abbiano dedicato i loro studi a emancipare questa produzione di bronzi più tardi dai suoi modelli arcaici, per conferirle la piena dignità che merita.