Arezzo è davvero una cittadina molto affascinante.
Per il suo centro storico abbarbicato su una lieve collina, nel quale si dipanano strade e stradine fiancheggiate da palazzi e chiese che non si impongono bensì richiedono la partecipazione attiva del visitatore per essere apprezzate.
Una città lenta, che straripa di tesori d’arte e architettura. Piazza Grande con il suo portico, la Chiesa di San Francesco con il meraviglioso affresco dedicato alle Storie della Vera Croce, capolavoro indiscusso di Piero della Francesca, il Museo di Arte Medievale e moderna, e molto, molto altro.
Una città all’apparenza sonnacchiosa, che si anima per un fine settimana al mese allorché le sue vie si costellano di banchini di vario genere per uno dei mercati di antiquariato e vintage più noti d’Italia.
Ci sono stato molte volte ad Arezzo, e non solo per il mercato. E’ una città stimolante, che ospita una vivace comunità di mercanti d’arte, tutto l’anno, tutti i giorni.
Tuttavia, mai avevo visitato la Casa-Museo Bruschi prima di qualche giorno fa. Ora che ho colmato questa lacuna, mi sento sinceramente meglio, poiché ne è valsa sicuramente la pena.
Il museo, per statuto una fondazione gestita da una banca, occupa il palazzetto che Ivan Bruschi (1920-1996) acquistò con la l’idea di farne la sua abitazione e insieme la sua galleria. Bruschi è stato infatti un antiquario, erede di una tradizione familiare già solida, che tuttavia egli è riuscito a incrementare acquisendo negli anni moltissimi capolavori, alcuni dei quali – alla sua morte – sono andati a costituire la collezione che oggi il pubblico può ammirare. Al Bruschi si deve inoltre proprio l’invenzione della fiera d’antiquariato di cui si è detto, la cui prima edizione risale – per sua illuminata iniziativa – alla fine degli anni sessanta del Novecento.
Con queste premesse, la Casa-Museo Bruschi non può che presentare una collezione eclettica, che include tipologie di manufatti antichi che spaziano dall’archeologia italica (incluso un corposo nucleo di epigrafi) alla pittura toscana dal XIV al XX secolo (in realtà questa sezione con opere di proprietà della Banca Intesa Sanpaolo), dalle arti applicate in tutte le sfumature che questa definizione può prevedere (maioliche e porcellane, bronzi e molto altro) alla numismatica, dalle armi agli oggetti di uso quotidiano.
Ovviamente, uno spirito curioso qual era sicuramente il Bruschi non poteva sottrarsi al fascino delle manifestazioni artistiche delle civiltà extra-europee, ed infatti lungo il percorso del museo si vedono numerosi oggetti di questo genere. Alcune sculture africane in legno e pezzi provenienti dall’Asia.
Per gran parte di questi ultimi, si può affermare che si tratti di curiosità più che di arte, e non poteva essere altrimenti considerando che questo ambito non costituiva certamente una specializzazione del Bruschi.
Tuttavia, tre oggetti in particolare hanno attratto la mia attenzione, poiché esemplari di ottima qualità di arte cinese antica.
Piuttosto raffinata è infatti la coppa da libagione intagliata in una sezione di corno di rinoceronte. Un materiale per sua natura nobile, straordinario per il calore che emana e per le screziature che formano la texture della sua superficie marrone. Da moltissimi secoli i cinesi hanno ammirato il corno di rinoceronte, soprattutto perché gli attribuivano particolari proprietà medicamentose. Credevano infatti che esso avesse il potere di attenuare i dolori all’addome e, soprattutto, che avesse un prolungato effetto afrodisiaco. Quest’ultima presunta proprietà ha causato nel tempo una vera e propria strage di quei potenti animali, sia in Africa sia in Asia, motivo per cui la legislazione internazionale ha negli ultimi decenni inasprito notevolmente le regole per commerciare manufatti in corno, così che è diventato ormai rarissimo trovarne sul mercato, almeno in quello ‘legale’.
E’ una bella occasione dunque poter vedere, pure se solo dall’esterno della vetrina, questo bellissimo esemplare, finemente intagliato con elementi di paesaggio, sicuramente opera del XVIII secolo. Un lavoro virtuoso che ben rappresenta l’elegante estetica in voga durante il periodo Qianlong (1736-1795), e che molto si discosta invece da simili manufatti più antichi, solitamente privi di decorazione e, se presente, senz’altro meno elaborata, per consentire a chi lo possedesse di potersi abbeverare senza il rischio di ferite alla lingua. A questo proposito, mi viene in mente la coppetta conservata a Palazzo Pitti, già appartenuta alla famiglia Medici, notevole proprio per la sua essenzialità messa in evidenza da un’altrettanto semplice montatura in metallo realizzata a Firenze nel Seicento.
Il secondo manufatto cinese conservato nella Casa-Museo Bruschi che ha attratto la mia attenzione, è stato un abito cerimoniale in seta della fine dell’Ottocento. A fondo blu, presenta sull’intera sua superficie esterna un pomposo decoro a ricamo di fili policromi e oro di draghi all’inseguimento della Perla in volo tra nuvole e dardi fiammeggianti, nella zona inferiore vorticose onde marine e picchi montani. Una composizione ‘classica’, che in questo esemplare si può ammirare in tutta il suo fascino grazie anche al suo ottimo stato di conservazione frutto senz’altro di un restauro.
In ultimo, segnalo un enorme vaso in porcellana. Di forma ovoidale, e sormontato da coperchio a calotta ribassata con presa modellata a tutto tondo come leone buddhista, presenta sulla superficie esterna un ricco decoro dipinto in blu di cobalto steso al di sotto dell’invetriatura trasparente, sul corpo con grandi riserve circolari con scene di interno affollate di personaggi. Realizzato in epoca Kangxi (1662-1722), sul finire del XVII secolo, il vaso era destinato all’esportazione verso l’Europa, probabilmente per l’Olanda, considerando la diffusa presenza di fiori di tulipano stilizzati, motivi particolarmente apprezzati proprio nei Paesi Bassi a quell’epoca, introdotti nel repertorio dei ceramisi cinesi dai rappresentanti della Compagnia delle Indie Orientali olandese.