Milarepa.
Uno di quei nomi che anche solo per combinazione di suoni, è davvero difficile da dimenticare.
Tanto più che, addentrandosi tra le maglie della evanescente biografia di questo personaggio, si percepisce nel concreto la sua grandezza, così che per molti Milarepa si può associare al Buddha.
Milarepa, il Buddha tibetano.
La principale fonte di informazioni su di lui rimane la Vita di Milarepa di Tsangnyön Heruka (1452-1507), testo che sicuramente raccoglie aneddoti più antichi.
Milarepa visse infatti tra l’XI e il XII secolo. Le date esatte di nascita e morte non ci sono pervenute, ma sappiamo che nacque nel Tibet occidentale in una famiglia benestante. Tuttavia, il fato volle che la vita agiata alla quale sembrava destinato rimanesse una chimera. Alla morte del padre, infatti, quando aveva solo sette anni, le proprietà di famiglia furono sottratte con la forza dai suoi zii, così che il piccolo e la madre sperimentarono improvvisamente la miseria.
Fu proprio quest’ultima a decidere che il giovanissimo Milarepa si allontanasse dal suo luogo natio per studiare la magia nera.
Dopo anni di forsennata ricerca, durante i quali il suo odio per i dispotici zii si accrebbe oltre ogni misura umana, Milarepa fu in grado di scatenare i suoi sortilegi, provocando la distruzione del villaggio e la morte di molti suoi compaesani.
La vendetta era compiuta, ma Milarepa sentiva forte il rimorso per i crimini che aveva commesso, e per questo cercò di porre fine al tremendo dissidio che lo attanagliava chiedendo a Marpa di diventare suo discepolo.
Era costui un maestro che trasmetteva gli insegnamenti buddhisti che aveva ricevuto in India, fondatore della setta Kagyu che tanti proseliti avrebbe avuto in Tibet.
Marpa sulle prime non fu così docile e accogliente con Milarepa, imponendogli una serie di vere e proprie vessazioni, alcune delle quali tanto bizzarre quanto inutili. La più plateale fu quella di ordinargli di costruire una torre. Appena Milarepa l’ebbe completata, il maestro volle che la distruggesse. E questo accadde più volte, almeno tre, finché alla quarta Marpa non ne richiese la distruzione. Quest’ultima torre ancora esiste presso la città di Lhodrag nel Tibet meridionale, monumento eterno alla perseveranza e all’umiltà di quel sant’uomo.
Milarepa, infatti, non si oppose mai alle richieste assurde del maestro, conscio che esse costituissero il suo percorso necessario di redenzione.
Marpa dunque, dopo alcuni anni, liberò il suo discepolo, che da allora intraprese la via della solitudine e della meditazione alla ricerca dell’illuminazione che infine raggiunse.
Durante questi anni la sua fama si espanse in tutto il Tibet, e i suoi inni, le sue canzoni, i suoi versi alla gloria del Buddha raggiunsero il cuore di molti fedeli che, ancora oggi, ne fanno una fonte di ispirazione inesauribile per il percorso di liberazione dall’attaccamento alla mondanità.
Nel corso dei secoli Milarepa ha stimolato la creazione di innumerevoli opere di vario genere. Dipinti thangka, soprattutto, ma anche sculture, alcune delle quali capolavori immortali dell’arte tibetana di tutti i tempi.