Gli annali della corte imperiale di Pechino riportano alla data del 1547 la commissione da parte del sovrano Jiajing di 10.000 vasi in porcellana con decoro in blu di cobalto sotto invetriatura.
Una richiesta particolare che mise a dura prova i ceramisti di Jingdezhen, la cittadina nella provincia dello Jiangxi dove erano ubicate le fornaci imperiali, non solo per il numero straordinario di pezzi ma anche per le difficoltà da affrontare per plasmare la specifica forma di quei vasi.
Jiajing volle infatti per tutti quei vasi la forma cosiddetta “a doppia zucca” (double gourd in inglese), un termine che ha mio parere non è del tutto corretto, poiché se essa chiaramente riprende le sembianze di una zucca, non è però ‘doppia’ bensì è una, formata da due sezioni all’incirca sferiche (a volte quella superiore allungata ‘a pera’) sistemate una sopra l’altra, divise da una strozzatura centrale e sormontate da un brevissimo collo cilindrico con piccola bocca.
I ceramisti cinesi si erano già in passato cimentati con questo originale disegno, raramente in epoca Tang (618-907) e più frequentemente nel periodo Song (960-1279). Tuttavia, essa entrò prepotentemente nel loro repertorio proprio durante la dinastia Ming (1368-1644), e in particolare nel corso del regno dell’imperatore Jiajing.
Il riferimento alla zucca (hulu in cinese) non è astratto, bensì concreto, poiché il modello originario per questo vasellame era proprio il mondo della natura. Fin da tempi remoti in Cina si era infatti diffuso l’uso di utilizzare le zucche essiccate come contenitori per liquidi, e tra queste soprattutto quelle con la strozzatura al centro che consentiva di annodare un laccio per tenerle legate, magari sul fianco alla cintura.
Le usavano i nomadi e i viaggiatori, che ne apprezzavano la leggerezza e la versatilità.
Nel corso del tempo, la zucca fu associata al Taoismo, e molte divinità di questa dottrina furono raffigurate con questo accessorio, nel quale per la sua duplicità si credeva si combinassero gli opposti: la luna e il sole, il giorno e la notte, lo yin e lo yang.
D’altronde, i santoni taoisti viaggiavano assiduamente tra mondo terrestre e aldilà praticando i loro rituali alchemici, e così la zucca finì per contenere quell’elisir di immortalità che permetteva loro di affrontare ogni tipo di imprevisto che gli si parasse innanzi nel loro percorso di elevazione fisica e spirituale.
Jiajing era letteralmente ossessionato dalla ricerca dell’immortalità (la sua naturalmente), e si dice che egli sia morto per una overdose di mercurio, metallo che si pensava avesse non solo la proprietà di trasformare gli altri metalli in oro ma anche di prolungare la vita. Una credenza diffusa fin dall’antichità, se si tramanda che lo stesso Qin Shi Guan Di (259-210 a.C.), per intenderci l’imperatore al quale dobbiamo il celeberrimo Esercito di Terracotta, sia morto per un’indigestione di mercurio, e che nel suo mausoleo, ancora intatto, scorressero (e scorrano) fiumi di questo elemento.
Nel corso del suo lunghissimo regno (1522-1567), al quale ascese solo quattordicenne (era nato nel 1507), prescelto per quel ruolo poiché il suo predecessore e cugino Zhengde (regno 1505-1521) era morto senza aver avuto figli, Jiajing si prodigò costantemente nelle pratiche alchemiche, dando priorità assoluta al Taoismo nei riti ufficiali, relegando il Buddhismo a ruolo subalterno e scardinando in parte anche la struttura confuciana con cui fino ad allora si era retto il governo dell’impero.
Tutte le cronache relative a quei decenni restituiscono un’immagine di Jiajing non certo positiva. Il sovrano è ricordato per aver preso decisioni non solo non canoniche, ma anche pericolose. Decise di non risiedere nella Città Proibita come i suoi avi, ma costruì la sua residenza in un’altra zona di Pechino. Delegò alcuni eunuchi perché governassero in sua vece, provocando il risentimento di molti a corte, tra cui le sue concubine che nel 1542 tentarono di assassinarlo, giustiziate invece per ordine della legittima imperatrice. La sua scarsa inclinazione a governare, fu causa anche di un ringalluzzirsi dei barbari ai confini settentrionali, le cui incursioni divennero sempre più frequenti.
In sintesi, si può quindi affermare che con Jiajing sia nei fatti iniziato quel declino che nel 1644 avrebbe comportato la fine della dinastia Ming.
Negli ultimi due decenni del regno si isolò progressivamente per dedicarsi alla sua insana ricerca dell’immortalità, sguinzagliando i suoi fidi in tutto il paese per procurarsi minerali e piante per le sue ricette alchemiche, contemporaneamente avendo a sua disposizione giovanissimi fanciulle e ragazzi che costringeva a pratiche sessuali estreme.
Anche nell’ambito delle arti, il regno di Jiajing non può essere ricordato come particolarmente esaltante, nonostante in quei decenni si producessero ancora manufatti di notevole pregio. Il Taoismo, la ricerca dell’immortalità e l’augurio di lunga vita furono una costante nell’iconografia dell’arte di quei tempi supportata dalla corte.
Anche nelle porcellane, dove compaiono spessissimo simboli quali la gru, il cervo, gli esagrammi, la pesca, gli ideogrammi benaugurali, la raffigurazione degli immortali, il fungo lingzhi, il drago e altri, tutti invariabilmente connessi con l’ambizione di voler vivere per sempre.
Così come la zucca a due corpi, assai ricorrente nella produzione di Jingdezhen di quel periodo, nelle molte varianti con cui poteva essere smaltata, il cui acme fu raggiunto proprio in quel fatidico 1547 allorché il sovrano richiese che l’intera corte fosse addobbata con un profluvio di hulu.