Ah!, il Louvre!
Probabilmente il più ricco museo del mondo, per collezioni e numero di capolavori.
Un contenitore senza eguali di opere iconiche della civiltà umana.
Chiaramente, per essere più precisi, ineguagliabile soprattutto per un numero strabiliante di preziosi manufatti della cultura del mondo cosiddetto ‘occidentale’, in particolare europei.
Tuttavia, anche nel Louvre non mancano opere che esemplificano le ‘culture altre’, dall’antico Egitto alle grandi civiltà medio-orientali e islamiche, ma il loro impatto su quelle raccolte è poca cosa rispetto a tutto il resto.
In sintesi, se un visitatore a Parigi volesse soddisfare il suo desiderio di ammirare oggetti prodotti, ad esempio, in Africa, dovrebbe andare al Quai-Branly, non certo al Louvre, così come se volesse fare una scorpacciata di arte dell’Asia orientale dovrebbe recarsi al Guimet o al Cernuschi, contenitori museali che certo soddisferebbero esigenze di questo tipo.
Fatte queste premesse, anche il Louvre possiede anche una piccola ma significativa raccolta di oggetti di arte cinese, una parte dei quali provenienti dalla collezione reale, e quindi ab antiquo nelle disponibilità della monarchia.

La mostra intitolata A Passion for China. The Adolphe Thiers Collection, andata in scena dal 14 maggio al 25 agosto 2025 nelle stesse sale del Louvre, ha presentato per la prima volta in maniera omogenea un altro nucleo di questa sezione di arte cinese, praticamente fino ad ora sconosciuto sia al grande pubblico sia agli studiosi.
Poco meno di duecento manufatti collezionati in origine da Adolph Thiers (1797-1877), che fu giornalista ma soprattutto politico, la cui carriera terminò con la nomina a presidente della Repubblica, carica che detenne tra il 1871 e il 1873.
La collezione Thiers – entrata nelle disponibilità del museo già nel 1881 – riflette una certa precoce conoscenza per l’arte cinese, poiché alcuni degli oggetti di cui si compone si distinguono per qualità e rarità che certo non possono considerarsi frutto del caso.
D’altronde, all’epoca in cui visse Adolph Thiers, la disponibilità in Europa di manufatti cinesi – e giapponesi – si era notevolmente ampliata, così come gli studi in quell’ambito erano radicalmente progrediti, soprattutto in Francia, grazie agli sforzi di personaggi quali Albert Jacquemart (1808-1875), pioniere della ricerca sulla porcellana , le cui classificazioni (‘Famiglia Verde’, ‘Famiglia Rosa’, etc.) rimangono tuttora imprescindibili.
Quella di Thiers è una collezione eclettica, nella quale si susseguono ceramiche, bronzi, metalli smaltati, pietre dure e dipinti, per grandissima parte databili tra il XVII e il XIX secolo.
Se il nucleo principale di questa raccolta rimane quella produzione cinese esplicitamente destinata all’esportazione verso l’Europa, una tipologia che da secoli già era presente nelle collezioni occidentali, alcuni oggetti appartenuti a Thiers si distinguono per caratteristiche assimilabili a quei manufatti realizzati per il mercato interno cinese.
Alcuni, per stile e qualità, riconducibili alla corte imperiale.
E’ il caso ad esempio del meraviglioso vaso a bottiglia in porcellana ornata di una composizione di ‘fiori e uccelli’ di straordinaria finezza (inv. TH 457; h. cm. 30,9). Gli smalti utilizzati sono quelli falancai, un termine che individua una tecnologia artistica che molto deve ai gesuiti europei di stanza nella Città Proibita a partire dalla fine del Seicento, caratterizzati da tonalità e gradazioni di colore fino ad allora estranei al repertorio tradizionale cinese.
Gli imperatori Kangxi, Yongzheng e Qianlong – che promossero con forza questa ibridazione – impiantarono proprio presso la corte di Pechino laboratori artistici specializzati in questa tecnica.
Il vaso a bottiglia Thiers fu infatti cotto alla perfezione nelle fornaci di Jingdezhen e poi dipinto nella Città Proibita, esplicitamente destinato all’imperatore Qianlong, che supervisionò personalmente la sua realizzazione, e il cui nome compare nel marchio a quattro caratteri al centro della base dell’esemplare parigino che qui si discute.
Tre i rami fioriti si inserisce poi una poesia di Shen Shixing (1535-1614), scritta in elegante calligrafia e accompagnata da sigilli, che si può tradurre come segue: “Con la luce del mattino la bellissima luna se n’è andata, ma sappiamo che ogni anno la primavera ritorna”.
Nel complesso, questa decorazione esemplifica al meglio l’estetica di un imperatore che è unanimemente considerato tra i maggiori conoscitori e mecenati nell’intera e lunghissima storia dell’arte cinese.
Allo stesso Qianlong si può attribuire anche la commissione per la realizzazione di un altro stupendo manufatto appartenuto a Thiers.
Si tratta di un vaso con coperchio in giada bianca (inv. TH 336; h. cm. 25,9). Magistralmente intagliato, stupiscono per superba qualità le prese a fenice, nella zona inferiore delle quali si inserisce un anello mobile, e la delicatezza del decoro di rami di pruno sul corpo, a leggerissimo rilievo.
Per colore, eleganza dell’ornato e abilità tecnica, questo vaso non poteva altro che fare bella mostra di sé in una delle sale della Città Proibita o del Palazzo d’Estate (Yuanming Yuan), residenza ‘fuori porta’ prediletta proprio da Qianlong.

Così come a quegli stessi ambienti imperiali era probabailmente destinato pure il vaso con coperchio in bronzo decorato a smalti policromi cloisonné (inv. TH 303; h. cm. 35). Bellissima la tonalità del colore turchese di fondo, sul quale si sovrappone un elegantissimo florilegio di loti, con le corolle che si stagliano rigogliose tra tralci fogliati.
Una tecnica, quella del cloisonné, anch’essa esportata dall’Europa alla Cina nel XIV-XV secolo, che proprio durante il regno di Qianlong raggiunse un apice tecnico e stilistico rimasto insuperato.
Considerando la qualità di questi oggetti, certamente destinati alla disponibilità privata dell’imperatore cinese, ci si chiede legittimamente come Adolphe Thiers ne sia entrato in possesso.
Purtroppo non si conoscono i dettagli di queste acquisizioni.
Tuttavia, se non ricordo male (eh eh…) proprio i francesi nel 1860 parteciparono al tristemente famoso saccheggio del Palazzo d’Estate, dopo il quale i collezionisti privati e i musei europei riuscirono a rimpinguare le proprie raccolte con oggetti di inusitata bellezza.
Indebitamente.
Ma questa è un’altra storia.