La storia della ceramica cinese è entusiasmante.
Quattro millenni di ininterrotta evoluzione, nel corso dei quali uomini, artigiani, artisti hanno sperimentato con continuità fino a raggiungere vertici di inusitata bellezza e perfezione tecnica.
Non è possibile designare quale periodo di questa storia abbia maggiormente contribuito a un successo che ancora oggi appassiona un folto numero di studiosi, mercanti e collezionisti, poiché ognuno di loro ha a suo modo lasciato un segno indelebile.
Tuttavia, per massimi sistemi, si può senza dubbio affermare che il XVIII secolo sia stato un periodo di straordinaria importanza, grazie al personale apporto di tre giganti della cultura cinese.
E’ infatti noto a tutti che gli imperatori Kangxi, Yongzheng e Qianlong abbiano promosso con convinzione una produzione artistica di livello eccelso, in tutti gli ambiti, dalla pittura alla scultura, dalla calligrafia alle arti applicate.
Questo vale in particolare per le porcellane.
Dopo un lungo periodo in cui le fornaci di Jingdezhen sotto il controllo imperiale si erano fermate a causa dei tumulti che avevano sconvolto la Cina nel cruento passaggio tra la dinastia Ming e quella Qing, Kangxi in persona volle stimolare un nuovo rinascimento di quell’arte millenaria, affidando la sovrintendenza della produzione a grandi conoscitori quali Liu Yuan e Lang Tingji (1663-1715).
In carica dal 1705 al 1712, fu quest’ultimo a incontrare Padre Francois Xavier d’Entrecolles (1664-1741), il gesuita che avrebbe scritto nel 1712 delle lettere ormai celebri in cui descriveva per la prima volta le tecniche di realizzazione della porcellana cinese.
Grazie all’intuito di questi precursori, iniziò una produzione di qualità eccelsa, che raggiunse un apice insuperato durante la sovrintendenza di Tang Ying (1682-1756), il più grande conoscitore di porcellane cinese che la storia ricordi.
Dopo aver servito Kangxi, producendo disegni per i laboratori imperiali, e avendo nel contempo avuto la possibilità di studiare a fondo le collezioni della Città Proibita, entrò al servizio di Yongzheng, che subito lo nominò Vice direttore del Dipartimento della Casa Imperiale.
Tra i suoi compiti vi era quello di realizzare ornati per manufatti poi realizzati a Jingdezhen. Tang Ying era infatti dotato di una cultura artistica eclettica: era scrittore, poeta, calligrafo, intagliatore di sigilli.
Per meriti acquisiti, nel 1726 il sovrano lo inviò a Jingdezhen dove assunse la carica di sovrintendente che detenne per circa venticinque anni, sebbene nella seconda parte di questo periodo i suoi compiti non riguardassero solo la produzione ceramica ma anche l’amministrazione della regione.
Furono i primi anni del suo soggiorno nella provincia dello Jiangxi a forgiare la sua conoscenza in ambito ceramico. Si tramanda infatti che egli per almeno tre anni vivesse in costante simbiosi con i ceramisti, dai quali apprese tutti i segreti di quell’arte.
Una ricerca ‘sul campo’ alla quale alternava lo studio dei capolavori del glorioso passato, in particolare le più iconiche produzioni ceramiche della dinastia Song. Tang Ying si recò infatti personalmente nei luoghi di realizzazione di quel vasellame, per meglio comprendere i processi di una produzione ammirata per una eleganza che è superba commistione di forme drammaticamente semplici e meravigliose invetriature monocrome.
Non si contano le innovazioni che si possono attribuire a Tang Ying, cinquantasette delle quali incise a imperitura memoria nel 1735 sulla “Stele commemorative sulla produzione ceramica” (Taocheng jishu bei ji), imprescindibile strumento di studio sulla porcellana cinese di epoca Qing.

L’idea per questa riflessione mi è venuta esplorando il database della porcellana cinese conservata presso l’Art Institute di Chicago, e le porcellane scelte a corredo di questo breve articolino si trovano tutte in quel museo.
Si tratta di vasi di diverse forme tutti classificati come ‘Yongzheng mark and period’, realizzati dunque durante la sovrintendenza di Tang Ying.
Una bella bottiglia con invetriatura rossa del tipo ‘sangue di bue’ (in cinese langyao oppure niuxuehong), messa a punto da Lang Tingji durante la parte finale del regno di Kangxi, e poi perfezionata nei decenni successivi, molto apprezzata anche in Europa già a partire dal Settecento.
Anche la cosiddetta invetriatura ‘chiaro di luna’ (claire de lune) iniziò a comparire tra la fine del Seicento e i primi decenni del Settecento.
In seguito, i ceramisti di Jingdezhen, sotto la guida di Tang Ying, si confrontarono con variazioni di questa ricetta che ha come ingrediente principale l’ossido di cobalto. E’ la quantità di questo minerale che connota la tonalità celeste, che negli esemplari in cui è più scura viene definita ‘blu lavanda’.
Una sapienza artigianale che si esplica in tutta la sua poesia nella cosiddetta invetriatura ‘polvere di té’ (tea dust), ottenuta con quantità equilibrate di ossido di ferro cotto in atmosfera riducente e raffreddato in tempi molto lenti. Il risultato è un tono verde maculato, simile per l’appunto al colore del tè, che ricorda per certi versi la patina dei bronzi arcaici, tanto venerati da Yongzheng e Qianlong.
Così come erano molto ricercati i manufatti ceramici con invetriatura Jun dell’epoca Song, ipnotici per la tonalità celeste sulla quale – negli esemplari più ricercati – si stagliano macchie rosso-violacee, disposte solo in apparenza casualmente.
Tra i tentativi meglio riusciti di imitare la bellezza delle ceramiche Jun, si può senz’altro annoverare l’invetriatura cosiddetta a ‘uovo di pettirosso’ (robin’s egg), ottenuta miscelando manganese, ossido di rame e cobalto con cottura a bassa temperatura.
Una variegazione di blu e turchese che insieme ricorda la meraviglia della Natura – l’uovo di pettirosso – e un’epoca irripetibile nella storia della ceramica cinese, ritornata in auge nel Settecento grazie alla lungimiranza di grandi imperatori e all’intuito artistico di uno tra i protagonisti di quella splendida fase della cultura cinese.