Veduta di Angkor Vat


Ah!, quanto vorrei preparare una valigia!
Una di quelle grandi grandi, che si usano solo nelle occasioni importanti. Decine di mutande e calzini, il necessario per la toletta al completo, tanto questo bagaglio si imbarca e non è necessario ridurre i formati di dopobarba, dentifricio e simili. Un bel libro nella borsetta a mano, niente computer, finalmente. Scarpe comode, che non vedo l’ora di fare chilometri e chilometri a piedi, per visitare e conoscere, per incontrare e ammirare, per gustare e ascoltare. Un mese, magari un mese, uno di quei viaggi che rimane un punto fermo per anni a seguire, da raccontare con orgoglio ad amici, parenti e conoscenti.
Ah!, quanto vorrei preparare una valigia!
Ora no, ora non si può.
Ah no!?!
E invece si, io parto lo stesso, preparo la valigia, prendo l’areo, e viaggio. Il tipo di viaggio che sto per intraprendere non è contemplato nei divieti. Possono costringermi a restare a casa, possono limitare la mia libertà di movimento, ma non possono impedirmi di sognare, a occhi aperti, lucidamente. Non si può ingabbiare la fantasia.
Mai, neanche ora, no, non si può.
Sono riuscito a comprare un biglietto particolare, molto particolare. L’aereo su cui mi imbarcherò, infatti, non solo mi porterà in uno dei tanti altri capi del mondo, a migliaia di chilometri da casa mia (se potessi, ci andrei anche a piedi…). Questo biglietto che ho preso ha infatti anche l’opzione ‘viaggio nel tempo’. Viaggerò lontano, nello spazio e insieme nel tempo. Ho preferito la versione ‘viaggio nel passato’, non perché non mi piaccia il futuro (il presente no, non mi piace, in questo momento) ma per inclinazione mia personale mi affascina di più il passato.
La meta è il Sud-est asiatico, la penisola indocinese. Se questo fosse solo un viaggio attraverso la geografia, direi Cambogia. Ma poiché, come ho spiegato, si tratta anche di un percorso a ritroso nel tempo, posso specificare meglio.
Khmer.
La civiltà Khmer, che oggi si identifica sostanzialmente con la Cambogia, si sviluppò infatti in un vasto territorio che oggi comprende zone del Vietnam, della Thailandia e del Laos (avrò dunque bisogno di tanto spazio nel passaporto per timbri e visti dei molti paesi che visiterò in questo viaggio).
Il motivo principale per cui ho scelto di recarmi nell’impero Khmer è naturalmente per godere della straordinaria bellezza della sua arte. Questa cultura, tra le più fulgide e prosperose di quell’area, ha infatti prodotto una delle forme artistiche più notevoli nell’intera storia dell’umanità. La scultura Khmer in pietra è uno dei vertici della statuaria di tutti i luoghi e di tutti i tempi, il risultato eccezionale di sublime maestria nel trattamento delle superfici lapidee e di un sentimento religioso profondo, evocativo, prevalentemente legato all’Induismo anche se non mancano numerose incursioni nell’ambito del Buddhismo.

La scultura in pietra Khmer è sicuramente debitrice nei confronti della statuaria indiana. Tuttavia, essa si distingue chiaramente per caratteri stilistici ben definiti che la rendono unica e immediatamente riconoscibile, frutto di una lunghissima riflessione che ha rielaborato l’introiezione dall’esterno per adeguarla al gusto e alla tradizione autoctona.

Le origini di quella che sarebbe diventata una delle civiltà più prosperose e sofisticate del sud-est asiatico, sono tuttora avvolte nel mistero, e non sono sufficienti al momento a fare maggiore chiarezza le notizie che si desumono principalmente dalle epigrafi su pietra e dai resoconti di viaggiatori stranieri, soprattutto cinesi.
Quel che è certo è che gli albori dell’arte della scultura in pietra in quelle regioni si situano nel VII secolo, dunque alcuni decenni prima che lo stesso impero Khmer fosse fondato, nell’802.
La fase Pre-Khmer della scultura lapidea – per gran parte ritrovata nella regione di Phnom Da – è tuttavia già così densa di contenuti tecnici e formali, da far pensare ad un percorso già iniziato in precedenza per il quale, al momento, non si hanno dati storici e documentari circostanziati per tentarne una ricostruzione.

Khrishna Govardhana. Inizio VII secolo. Cleveland Museum of Art.


Si veda ad esempio la colossale statua dell’inizio del VII secolo conservata nel Cleveland Museum of Art (inv. 1973.106). Raffigura Khrishna Govardhana, un’iconografia tratta dal Bhagavata Purana. Secondo la leggenda, Khrisna, uno degli avatar di Vishnu, riuscì a convincere gli abitanti di Vraj ad adorare il monte Govardhana al posto di Indra il quale, inferocito, decise di punire gli uomini sversando sulle loro terre violenti fiumi d’acqua; per salvarli Khrishna sollevò allora la montagna per sette giorni consecutivi.
E’ un’opera di grandiosa maestosità, nella quale si combinano il classicismo e la ieraticità di un kuros greco con la vibrazione della posa dinamica della scultura Gupta.
Nonostante si tratti con tutta evidenza della rappresentazione di una divinità, questa scultura esprime una chiara carica di umanità, nelle morbide flessuosità del corpo e nella rassicurante espressione del volto, tra il deciso slancio del braccio sinistro sollevato e l’elegante sorriso in cui si curvano le labbra.
Il fondatore dell’impero Khmer, Jayavarman II, avrebbe regnato fino all’850. Si tratta ovviamente di un personaggio cruciale nella storia di quel popolo, la cui figura entrò fin da subito nell’alveo della leggenda. Si credeva infatti che provenisse da un paese lontano, forse Giava, e che il suo ritorno in Cambogia fosse stato un dono divino. Jayavarman II non è ricordato per l’erezione di templi, ma esistono diverse sculture che si possono datare all’epoca del suo regno, realizzate in uno stile che ancora richiama il modello precedente, pre-Angkor.

Veduta con il Bakheng


Fu invece Indravarman (regno 877-899) a promuovere la costruzione del Preah Ko, il primo grande tempio; il suo successore, Yashovarman I, sarà invece ricordato per la costruzione del Bakheng, il primo santuario nella nuova capitale Yashodharapura, oggi nota come Angkor. Dedicato a Shiva, il Bakheng è situato sulla sommità di una collina dalla quale si può ammirare uno straordinario panorama. Una scelta, quella di situare un santuario in altura, che riflette credenze ataviche del popolo Khmer, per il quale la montagna, l’acqua e in generale la natura hanno una intrinseca sacralità.
Dal punto di vista dell’evoluzione della scultura in pietra, fu però il periodo del regno di Jayavarman IV (928-942), sovrano volitivo e dalla illimitata autostima, a distinguersi per una svolta stilistica di una certa ampiezza. La statuaria di quest’epoca – nota insieme con la definizione di stile Koh Ker, dal nome della nuova capitale – è grandiosa per concezione, finissima per i dettagli, sublime per il dinamismo delle figure, in certi casi sicuramente ispirato dai movimenti della danza tradizionale, una delle forme di intrattenimento prediletta a corte.

Bhima. Secondo quarto del X secolo. Già Norton Museum, Pasadena.


La figura di Bhima già nel Norton Simon Museum di Pasadena esemplifica al meglio le caratteristiche della statuaria Koh Ker. E’ una scultura imponente, superba per il fremito cinetico che la pervade. La posa del busto con le braccia sollevate, l’elegante torsione del capo, La raffinatezza dei tratti del volto: il linguaggio del corpo di questo capolavoro rasenta la perfezione.
Quest’opera – in origine una delle icone del tempio Presat Chen di Koh Ker – offre spunti anche per riflessioni di altro genere. Essa è stata infatti in anni recenti restituita al governo cambogiano poiché, sebbene sembra sia stata acquistata legalmente dal museo statunitense, fu indubitabilmente sottratta clandestinamente durante il drammatico periodo di guerra che sconvolse la Cambogia negli anni Settanta del XX secolo. Nei primi anni 2000, il governo del paese asiatico ha attivato diverse pratiche internazionali per far si che i segni tangibili della propria storia fossero recuperati dopo l’ignominia del furto.
Ora, il mio modesto e pressoché inutile parere riguardo a questa complessa faccenda della restituzione delle opere d’arte conservate nei musei europei e statunitensi ai rispettivi paesi d’origine, è che essa non sia giusta in tutti i casi, incondizionatamente, e che invece bisognerebbe esaminare ogni singola situazione in maniera autonoma. Ritengo, ad esempio, assurda la pretesa che i marmi del Partenone del British Museum siano restituiti ad Atene, è trascorso ormai moltissimo tempo; mentre invece credo sia opportuno che opere trafugate in anni più o meno recenti, come per l’appunto il guardiano del Norton Simon Museum, facciano ritorno al loro luogo d’origine, proprio perché questa, come altre sculture Khmer, furono sottratte approfittando di condizioni politiche e sociali eccezionali, com’è la guerra, ed in tempi molto vicini.
Ritornando agli sviluppi della scultura, propongo un salto temporale di circa un secolo, non tanto perché tra la metà del X secolo e i cento anni successivi non vi siano stati sviluppi degni di nota, quanto invece perché il mio viaggio – pur lungo, quasi un mese! – ha pur sempre dei limiti temporali.
Salito al potere nel 1050, Udayadityavarman II iniziò fin da subito a commissionare la costruzione di edifici pubblici, tra i quali il tempio di Baphuon. Dedicato a Shiva, questo santuario è soprattutto noto per i bellissimi rilievi con scene ispirate dai grandi poeti indiani del Ramayana e del Mahabharata che ornano l’esterno della piramide, concepita nella struttura come riproposizione in piccolo del Monte Meru, la montagna sacra dell’Induismo.
Lo stile delle sculture realizzate nella seconda metà dell’XI secolo è per l’appunto noto come Baphuon. Esse costituiscono un vertice assoluto di quest’arte per l’eleganza delle figure, rappresentate con una certa vena naturalistica.

Shiva e Parvati. Seconda metà dell’XI secolo. San Francisco, Asian Art Museum.


La coppia di statue raffiguranti Shiva e Parvati nell’Asian Art Museum di San Francisco è tra i capolavori di questa fase. Pur essendo la rappresentazione di divinità, i due personaggi hanno una carica di vera umanità da far supporre che l’anonimo artista che le ha eseguite abbia preso a modello una coppia di membri dell’altissima aristocrazia Khmer. E’ stato infatti appurato che la civiltà Khmer abbia soprattutto in questo periodo elevato l’uomo nella sua più alta collocazione, ovvero l’ambito della corte reale, al rango di divinità, un fenomeno che è unico nell’ambito di tutte le culture dell’Asia orientale.
Il trattamento delle superfici lapidee della statuaria Baphuon è superlativo, e mai in seguito sarebbe stato anche solo lontanamente equiparato. La pietra assume in certi casi una tale meravigliosa patina che si rimane stupiti da tale maestria nel trattamento di un materiale così complesso quale è l’arenaria.
La costruzione dell’Angor Vat, il più famoso monumento Khmer e uno dei più celebri siti archeologici del pianeta, avvenne durante il regno Suryavarman II (1113-1150). Dedicato a Vishnu, Angkor Vat è il complesso templare più grande del mondo, e anche uno dei più visitati.
Moltissima gente lo frequenta anche per devozione, ed è bellissimo pensare che quando io ci andrò, non virtualmente ma per vero, saremo in migliaia a frequentare lo stesso spazio e a usufruire della stessa aria, potendo addirittura scambiarci particelle aeree (dicasi sputi) senza incorrere nel rischio di appestarci.
Pur essendo tecnicamente perfetta, la scultura di stile Angkor Vat è senz’altro meno entusiasmante rispetto alla statuaria di certe fasi precedenti. Le raffigurazioni sono piuttosto statiche, quasi arcaistiche nella loro pronunciata ieraticità.
Sebbene più modesto per dimensioni, il tempio di Bayon nella stessa Angkor è particolarmente interessante per vari motivi. Esso si può considerare come l’ultimo grande cantiere di architettura religiosa. Al contrario di tutti i templi precedenti, che furono dedicati a divinità dell’Induismo, Bayon è un tempio buddhista. Per la prima nella storia dell’impero Khmer la dottrina fondata da Sakyamuni diviene religione di stato, grazie alla devozione di Jayavarman VII (regno 1181-1218) che ne promosse tale elevazione.

Bodhisattva Lokesvara. Inizio del XIII secolo. Museo Guimet, Parigi.


La scultura di stile Bayon si distingue per una caratteristica specifica. Nella maggior parte delle sculture che le si possono affiliare, mentre il trattamento dei volti delle figure rimane rigorosamente dettagliato, i corpi appaiono meno rifiniti, mostrando un aspetto che può a volte sembrare di non-finito. Se una spiegazione per tale fenomeno può essere stata la grande quantità di opere realizzate in un brevissimo tempo, una mole che certamente è andata a discapito della qualità, si può anche ipotizzare che in certi casi lo scultore dedicasse meno lavoro a parti secondarie di una statua per questioni devozionali, a mostrare realisticamente l’evanescenza di certi aspetti della condizione umana, come ad esempio l’attaccamento alla corporalità.
Tutto lo sforzo di Jayavarman VII nel promuovere il Buddhismo fu vanificato a partire dal 1243, quando Jayavarman VIII ristabilì la precedenza dell’Induismo. Il nuovo sovrano era un fervente shivaita, e tra gli altri provvedimenti decise anche di convertire le antiche icone buddhiste in divinità induiste, modificandole, aggiungendo o eliminando dettagli iconografici in modo che soddisfacessero i canoni richiesti.
La fine del lunghissimo regno di Jayavarman VIII nel 1295 praticamente coincide con l’epilogo della lunghissima storia della scultura Khmer. Nonostante nel secolo successivo si continuassero a produrre icone in pietra, in uno stile che richiamava quello di Angkor Vat, soprattutto dedicate al pantheon del Buddhismo che nel frattempo aveva riconquistato i favori non solo del popolo ma anche dell’aristocrazia, la decadenza di questa gloriosa tradizione era in piena evoluzione.
Nel 1431, infine, i Khmer furono costretti ad abbandonare Angkor per sfuggire all’avanzare dell’esercito thailandese. Si concluse così dopo oltre sei secoli la storia di un impero fulgido e fiero.
E si conclude così anche il mio viaggio. Sono qui al Khmer Airport in attesa che il mio volo mi riporti verso casa. In realtà, non ho molta voglia di ritornare, ho notizie che da quelle parti, in Europa, stia succedendo qualcosa di così grande e grave che sembra abbia la forza di bloccare tutto, di fermare tutta la macchina della civiltà così come l’abbiamo conosciuta finora. A me, personalmente, non tutto piaceva, di come si erano stabilizzate le cose prima di questa brusca, inaspettata frenata. Anzi, molte erano sicuramente le cose che non andavano bene. Speriamo che questo cataclisma, una volta che sia passato, abbia perciò almeno il merito di far riflettere su come portare avanti certi valori, certe pratiche, dal quotidiano di ognuno al macroscopico dei massimi sistemi. Spero cioè che una volta che questa emergenza sarà finita, ce ne ricorderemo non solo come di un periodo buio e di sofferenza, ma anche di un’occasione di esteso miglioramento, la riscoperta della bellezza delle cose essenziali, la certezza che il rispetto per noi stessi, gli altri e la natura è fondamentale, da coltivare ogni giorno attraverso gesti concreti, non solo materiale da lettura della domenica.
Preferisco a questo punto rimanere altrove. Non sono capace di stare così, ad aspettare. Meglio partire. L’importante è che abbia mutande e calzini a sufficienza.