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Irezumi. L’arte del tatuaggio in Giappone

Irezumi. L’arte del tatuaggio in Giappone

La parola Tatuaggio viene espressa in giapponese con il termine irezumi (composto da iru, che significa “inserire, mettere dentro” e sumi, “inchiostro indiano”) e come suo sinonimo horimono (horu “incidere, scolpire, pungere” e mono “oggetto, cosa”, utilizzato come nominalizzazione).

Trascorse molto tempo prima che i due termini venissero a coincidere in significato, poiché fino alla seconda metà del secolo XVII irezumi erano i tatuaggi applicati ai criminali, mentre horimono era termine riservato per i tatuaggi di tipo figurativo applicati su basi di libera volontà del tatuato.

Nascita e sviluppo

Le origini di questa forma di arte in Giappone sono abbastanza oscuri: l’inizio è comunemente collocato attorno al 570 a.C., epoca a cui si fanno risalire risalire alcune haniwa (statuette di argilla ritrovate in antichi tumuli funerari, i kofun) scoperte nei pressi di Osaka che mostrano chiari segni di tatuaggi sul volto. É probabile che, essendo le haniwa designate ad accompagnare il defunto nell’aldilà, i tatuaggi avessero un fine estetico o religioso. Una delle piu’ antiche registrazioni sui tatuaggi è riportata nel “Nihon Shoki”, (“Cronache del Giappone”, 720 d.C.) in cui si narra che, nel 400 d.C., l’imperatore Richū dispose che il capo del clan di Azumi, per aver complottato contro il potere imperiale, venisse punito non con la morte ma con l’applicazione di un tatuaggio vicino all’occhio destro.

Tatuaggi con le divinità Kannon e Fudo

La pratica del tatuaggio come punizione fu indubbiamente trasmessa in Giappone insieme a quel carico di informazioni che arrivarono dalla Cina dei Tang (618-907 d.C.) in seguito all’introduzione del Buddhismo verso la metà del secolo VI. I tatuaggi che venivano fatti a scopo punitivo erano solitamente nella forma di strisce nere nella parte superiore o inferiore delle braccia. Venne a svilupparsi una elaborata codificazione di tali marchi, che variava a seconda della regione (a Kyoto, per esempio, veniva tatuata una doppia barra nella parte superiore delle braccia; a Tama il criminale veniva tatuato con l’ideogramma di “cane” sulla fronte e così via). I tatuaggi come pratica punitiva isolavano ovviamente colui che li portava. É per questo motivo che anche un altro gruppo di persone portava in Giappone tatuaggi come segno di riconoscimento: gli hinin o eta, i “non-uomini”, che avevano a che fare con cose considerate impure, come il sangue o i morti: essi venivano tatuati per rendere manifesta a coloro che li incontravano la loro condizione di intoccabili. Attorno al 700 d.C. queste pratiche caddero in disuso per ricomparire ancora nel secolo XII. Anche su questo periodo però non esistono informazioni precise.

Nel periodo Tokugawa (1603-1868 d.C.) il tatuaggio si sviluppò come un improvviso ed inspiegabile evento artistico collegato alla nascita della nuova cultura urbana incentrata sul culto del divertimento e dei kuruwa, i quartieri di piacere: in questo contesto i tatuaggi divennero un modo per visualizzare sentimenti di amore e di devozione tra prostitute e clienti. Nacque la pratica dell’irebokuro (“lett.: “applicazione di un neo”), con la quale i due innamorati si tatuavano un punto sulla mano a metà strada tra l’attaccatura del pollice e l’inizio del polso sicchè, quando si sarebbero stretti la mano, la punta del pollice dell’uno sarebbe stata adiacente al punto tatuato dell’altra e viceversa. Il kishobori (tatuaggio in forma di voto), prevalente tra le donne, consisteva nel nome dell’amato/a insieme all’ideogramma di inochi (vita). L’eventuale rimozione del tatuaggio veniva poi effettuata con la moxa, tramite un’operazione dolorosa che rendeva possibile non solo la cancellazione del tatuaggio, ma anche lo scioglimento del voto implicito nel tatuaggio stesso. Alla fine del secolo XVII il regime Tokugawa, che con la sua impostazione militare e totalitaria cercò costantemente di osteggiare ogni tipo di individualità, soppresse la pratica dell’irebokuro.

Il tatuaggio cadde in disuso fino al 1750, periodo in cui nacque e si sviluppò un nuovo e più profondo interesse per i tatuaggi che assunsero allora quella forma distintiva, tipicamente giapponese, conosciuta oggi. Il mondo letterario del periodo contribuì indubbiamente a tale riscoperta: fondamentale fu, tra il 1805 ed il 1830, la pubblicazione dello “Shinpen Suiko Gaden” (“Nuova edizione illustrata del Suikoden), con illustrazioni di Hokusai e tratto da una novella cinese, lo Shui-hu chuan (Suikoden in giapponese). Il racconto si basa sulle leggendarie imprese di un gruppo di eroi-briganti che si dimostrano essere uomini probi e d’onore uniti nella lotta contro la corrotta burocrazia. Di fondamentale impatto furono alcuni di questi eroi, che all’interno della novella cinese erano tatuati. I tatuaggi che li distinguevano e le loro illustrazioni così vividamente rappresentate da artisti come Hokusai, catturarono la fantasia dei giapponesi a tal punto che, incredibilmente, la diffusione del nuovo tipo di tatuaggio sembrò svilupparsi proprio come emulazione degli eroi popolari del Suikoden.

Tatuaggio con Kintaro e la carpa

Un altro gruppo che contribuì allo sviluppo della moda del tatuaggio fu il famoso corpo dei pompieri di Edo (l’odierna Tokyo): questi, incaricati di sorvegliare costantemente la città e di sedare gli incendi che allora rappresentavano un grave problema, in funzione della loro attività finirono per rappresentare dei valori simili a quelli di cavalleria e di forza di cuore che anche i personaggi del Suikoden possedevano. Con l’intento di emulare i famosi eroi, quindi, anch’essi si fecero tatuare: i loro tatuaggi coprivano l’intero corpo (ad eccezione di mani, piedi e testa) ed i temi rappresentati consistevano solitamente in simboli di acqua (la carpa o il dragone, per esempio) come buon auspicio al fine di scampare al pericolo degli incendi. Anche gli shokunin (artigiani e lavoratori) iniziarono a farsi tatuare: suddivisi in associazioni di gruppo (kumiai) a seconda dell’attività che svolgevano (fabbri, ceramisti, falegnami ecc.), avevano sontuosi tatuaggi in segno di distinzione e di solidarietà con il gruppo di appartenenza. Lavorando spesso svestiti, essi contribuirono allo sfoggio di nuove mode, mostrando sontuosi tatuaggi che sempre più spesso avevano gli stessi temi delle stampe (ukiyo-e) che ritraevano scorci del mondo di piaceri. Con il secolo XIX, l’iconografia dei tatuaggi fu completata, così come si definirono i luoghi del corpo su cui tatuare: questo nuovo tipo di copertura, tuttora in uso, si estendeva su tutta la schena, i glutei, fino a metà coscia. Il petto rimaneva tatuato ma non più nella sua parte centrale. L’effetto era simile a quello di uno happi aperto. I disegni si fecero inoltre più intricati e colorati. I tatuaggi acquisirono in misura sempre maggiore valore di opera d’arte, oggetti di bellezza e di interesse, qualcosa in più di una semplice rappresentazione artistica della classe degli shokunin. Purtroppo, con le massicce riforme dell’era Tempō (1830-1844), mirate alla soppressione di tutti quei fenomeni considerati “deleteri alla pubblica morale”, tra le varie proscrizioni fu disposta anche quella contro i tatuaggi. Dopo il periodo Tokugawa, con l’apertura del paese all’Occidente, ciò che era sopravvissuto del tatuaggio fu ancora una volta proscritto. Questa volta, però, i motivi furono assai peggiori dei precedenti: si sviluppò la convinzione che i costumi autoctoni potessero apparire ridicoli agli occidentali. Ironicamente, accadde che i disoccupati maestri dell’arte del tatuaggio si trovarono di fronte ad una nuova ed impensata clientela: gli stranieri stessi. Molti marinai, ovviamente, ma anche personaggi importanti come il duca di York (futuro re Giorgio V) e suo fratello, che furono tatuati da Horichō, famoso maestro di Kobe, che incise loro un dragone sul braccio; lo stesso artista avrebbe poi tatuato anche il futuro Zar Nicola II di Russia.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il tatuaggio divenne interamente legale: la libertà effettiva arrivò però troppo tardi, quando il periodo di maggior splendore di quest’arte era già terminato.

Tecniche e strumenti

Gli strumenti tradizionali base che il maestro tatuatore utilizza nel suo lavoro consistono nel suo set personale di aghi per tatuaggi. Questi aghi (hari) variano da punta a singolo ago a punta a trenta aghi, sono fissati ad un’impugnatura (in legno, avorio o bambù) e legati a questa con un sottile filo. Per tatuare le linee di contorno (sujibori), vengono utilizzati non più di due o tre aghi. Per il bokashi (tecnica delle ombreggiature) viene utilizzata l’impugnatura più grossa, su cui sono montati fino a venti o trenta aghi. Per quanto riguarda i colori, uno dei più importanti è sicuramente l’inchiostro nero India, il sumi, che è utilizzato per il sujibori. Gli altri colori più comuni sono: il rosso, il verde, il giallo e l’indaco. Varie ombreggiature sono ottenute mescolando tra loro questi colori. Molte delle tecniche utilizzate per l’applicazione dei tatuaggi sono le stesse che venivano utilizzate anche dagli autori di stampe: un sistema di linee tracciate e ampie zone di puro colore. Anche i metodi di ombreggiatura sono per la maggior parte gli stessi. Una volta effettuata la scelta del tema da tatuare, le linee del disegno sono dapprima tracciate sul corpo con un pennello. Queste linee di contorno sono poi ripassate con gli aghi sulla pelle per la realizzazione del tatuaggio vero e proprio. Quando il maestro inizia a lavorare, egli appoggia la mano sinistra sulla parte del corpo da tatuare. Con questa egli tiene un pennello e tende la pelle. La mano destra impugna gli aghi legati saldamente all’apposito manico. Gli aghi, prima di bucare l’epidermide, nel loro movimento verso il basso passano attraverso i peli del pennello bagnandosi così di inchiostro. La pelle viene così punta con gli aghi intinti di colore ad una velocità che va dai 90 ai 120 colpi al minuto. Il metodo giapponese, tra i vari modi per tatuare esistenti in tutto il mondo, è tra i più complicati e controllati. Caratteristica non solo attribuibile alle tecniche di incisione del tatuaggio, ma riferita anche al complesso cerimoniale a cui sia il maestro sia il cliente devono attenersi. Il processo inizia con una visita del cliente a casa del maestro, che può accettare o rifiutare di accoglierne la richiesta di tatuaggio. I rifiuti sono comuni. I maestri, infatti, non intendono creare opere che rendano inferiore la loro arte. Per quanto riguarda poi il fatto di quanto sia dolorosa questa pratica, solo colui che si sottopone può saperlo. Per tatuare alcune parti del corpo più delicate (come l’inguine, le ascelle o il pene), alcuni maestri erano soliti mescere della cocaina con i colori da utilizzare, per far diminuire il dolore. La quantità di tempo e di denaro necessari varia da maestro a maestro e dal tipo di lavoro.

Iconografia

Tutti i tatuaggi hanno un significato, che solitamente rappresenta qualità possedute o desiderate da chi li porta. Nei tatuaggi giapponesi, spesso, l’effetto estetico finale colpisce molto più di ciò che può voler significare. Il repertorio di immagini è abbastanza ristretto, e l’iconografia del tatuaggio si limita alla rappresentazione di elementi appartenenti alla flora e alla fauna, motivi religiosi, rappresentazione di vari eroi e di figure del folklore popolare.

Hokusai, doppia pagina dal Suikoden

La fauna è comunemente ristretta alla rappresentazione di peonie, aceri e fiori di ciliegio. Il ruolo di queste piante nell’iconografia è piuttosto vago ed indefinito. Si suppone che, nonostante questi elementi avessero una forte carica simbolica, venissero utilizzati per puro scopo decorativo. Tutti tranne il fiore di ciliegio, che come in tutte le altre arti figurative del Giappone è diventato il simbolo di tutto ciò che è transeunte ed evanescente nella vita. Colui che porta questo tatuaggio esprime la sua armonia con la natura delle cose. La sua pelle è fragile come i petali dei fiori di ciliegio, ed egli ne è consapevole.

Per quanto riguarda la rappresentazione degli animali, comuni sono la tigre, il leone, la scimmia, la volpe ecc.. Anch’essi sono prevalentemente di carattere decorativo.

Di ben maggior interesse sono invece due tra i più popolari soggetti per tatuaggi: il primo è la carpa, che risale coraggiosamente le cascate e che se catturata giace sul tagliere ed aspetta impavida il coltello. Nei tatuaggi, il pesce che risale la cascata viene applicato verticalmente sulla schiena e più raramente su braccia e cosce. Poi c’è il dragone, che combinando in sé gli elementi del fuoco e dell’acqua si pone come una sorta di conciliazione di opposti, una creatura yin-yang la cui sola esistenza simboleggia interezza. Le sue forme di rappresentazione (rannicchiato, rampante o supino) suggeriscono attributi di energia, cambio perpetuo, generazione e dissoluzione.

Per quanto riguarda l’esteso repertorio di raffigurazioni religiose, queste includono preghiere ed aforismi in sanscrito, cinese o sillabario giapponese e sono raffigurate per la maggior parte sulla schiena. Rappresentano esclusivamente divinità minori (non troveremo mai un’immagine del Buddha tatuata): tra le piu’ comuni ci sono le rappresentazioni dei due Niō, guardiani forti e muscolosi; colui che se li fa tatuare desidera essere come loro: potente ed interamente dedito a proteggere il Buddhismo. Altra figura estremamente popolare è Kannon, conosciuta e venerata per le sue capacità di intercessione e di pietà nei confronti degli uomini. Infine Fudō, divinità guardiana degli inferi, che conosce il male ed è in grado di castigarlo.

Per finire, tra i personaggi del folklore popolare, oltre ai già più volte citati personaggi del Suikoden, uno dei personaggi più popolari è Kintarō, una sorta di piccolo super-uomo che nei tatuaggi è solitamente rappresentato insieme alla carpa. Iconograficamente parlando, ambedue simboleggiano una grande forza e Kintarō, forte sebbene piccolo, è caro a molti giapponesi che in lui si rivedono. Fondamentale resta il fatto che la maggiore forza di ispirazione per i vari motivi dei tatuaggi è da sempre derivata (e ne deriva tuttora) dalla vasta quantità di soggetti presentati dalle ukiyo-e del periodo Edo.

Oggi, purtroppo, l’arte del tatuaggio tradizionale si sta estinguendo: i maestri depositari delle antiche tecniche sono oramai in via di estinzione ed i giovani preferiscono utilizzare macchinari elettrici. Quando questi pochi maestri rimasti a Tokyo moriranno, la tradizione degli irezumi, minore, ma reale forma artistica, si estinguerà per sempre.

Marta Cherubini

 

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